Antonia Tursi

( San Lorenzo Bellizzi )

 

   Paese, io ricordo

 

Firenze
una sera come tante
piove,
lacrima sul cuore
una pioggia come tante,
poche gocce
disegnano sul vetro
uno scampolo di cielo,
lontano
dove l’occhio si smarriva
ora ritorna,
e sui campi e gli orti
e sulle timpe
scrive il tempo
pagine silenziose
e bianche:
era l’odore del camino acceso,
il fumo delle stoppie
a fine estate,
il pane
fatto ogni settimana,
il giorno
consumato fino a sera e,
come ogni sera
dopo le fatiche,
la pentola annerita
al focolare.
Paese del ricordo,
essenziale e disadorno,
ti stringi
alle tue vie,
all’ombra un po’ inclinata
delle case,
frammento del mondo
che mi porto dentro,
tavolozza di sogni
e di mistero antico.
Qui la malinconia
intinge ancora
i suoi pennelli.

                                               

Ciò che resta

                                       
E si parlava, un tempo,
con tutti delle stesse cose,
l’annata, il vino,
la gelata,
mio padre
ai buoi
pure lui parlava
di quel rovo
cresciuto attorno al melo
e che tagliava
perché non danneggiasse
il seminato.
Nella nebbia spessa di novembre
parlava mio padre,
solo:
piantava nella terra
anche i pensieri
e la semente
che non germogliava…
Colpa del rovo,
lui diceva.
Alcuni anni
e tutto ciò che resta
non è più il melo
e niente seminato
solo quel rovo,
ormai ha invaso il campo,
scioglie piccoli cristalli
dentro il cuore.

                        

Vecchie case

Due garofani
fermi
a una finestra,
anche l’acqua
è silenziosa
e lacrima sul muro:
solo ascolto d’universo
il vento che batte
al vecchio davanzale
e, sotto il cielo d’agosto,
la ruggine del sole.

                      

Le vie dell’infanzia

Ricordo,
stavo da mia zia,
mia madre nei campi
tutto il giorno,
sempre linda la casa
piccola e sconnessa,
vie strette
piene di bambini,
non erano gerani
alle finestre
ma basilico
e peperoni secchi,
odore acre di conserva
al sole,
buona per l’inverno
e la minestra.

Qui nasco

Qui nasco alla Terra
e alla Poesia e torna,
ogni notte, a chiamarmi
per queste contrade
un silenzio di luna
e di odori: di scorza,
di fieno, di legna tagliata
da poco. Son querce
e son gelsi o le amare ginestre,
queste tessiture,
o il nido del pettirosso
sotto la finestra.

 

C’è sempre

C’è sempre
un oggi lontano che ritorna
quando resto sorpresa e sospesa
ad ogni mio incrociare il mondo;
nudo e chiaro, sempre,
lo spazio che circondo.
Giorno acceso di sole
sulla pelle
d’ogni cosa, ad ogni respiro
che ha smarginato il cuore,
giorno d’un cielo lontano,
sfilacciato, tra i rami
d’una quercia secolare e,
sopra questa, la voglia di volare.
I sassi, il grano, la farina,
queste, le certezze della terra mia,
non luogo solamente ma,
dell’inquieto e dell’incerto,
tempo.

 

Imitando

Imitando
mio padre contadino,
piantai, un giorno
ch’era novembre,
un chicco di grano
con un po’ di terra,
ci misi sopra un sasso
perché non lo beccassero
gli uccelli.
Il chicco morì
e io mi disperai,
non capivo che,
sasso sopra il cuore,
troppa protezione,
fa morire.
Aria, libertà,
persino rischio,
alla nostra storia
unico destino.

 

Sta la spiga matura

Sta la spiga matura
arrugginita al sole, gravida e austera,
all’ora che conviene il capo volge
all’impietosa mano e
chiude il breve cerchio
delle sue stagioni. Tutto è compiuto,
semplice e serena, s’apre
dei figli al taglio della lama
e posa, come fossero il suo cuore,
sul cuore ancor materno
della Terra: il cielo è azzurro
e muto sta a guardare
il corso della vita che risale.

 

Colore di frumento

Colore di frumento
all’aia, oro
mondato dalle reste,
bontà fragrante
strappata all’intemperia
e alle pietraie,
parca felicità del contadino
che vede ai campi
la luna stingersi
il colore e tardi fa ritorno,
con l’ultimo spicciolo
di luce, al ruvido riposo
del pagliaio.
Vita d’un tempo,
senza geometrie, dove il giorno
si segnava uguale al semplice
mutar delle stagioni,
radici attorte alle pietrose zolle,
aduse alle fatiche
di vivere con poco.

 

Sembra, stasera

Sembra, stasera,
uno dei tramonti dell’infanzia
quando, al muretto
di pietra levigata,
mangiavo con le noci
un po’ di pane: sacralità
quel pane, uscito
dalle mani di mia madre,
dolcezza intatta, ignara
di memorie altre,
fragranza eterna ove ancora
s’acquieta la stanchezza.

 

 




 

image image image image image image image image image image
image