Storie sul brigantaggio a cura di Giuseppe Rizzo
Brigantaggio nell’Alto Jonio
Il sequestro di don Domenico Soria
(Oriolo 30 maggio 1864)
Quando il brigante Labanca vede che tra le monete del riscatto c’è una molto vecchia, così dice al sequestrato: "e ti lamentavi che non avevi soldi, ma questa perché l’hai fatta arrugginire ?
Dal 1863 al ’64, il brigantaggio meridionale sta per essere sconfitto, soprattutto per effetto della legge Pica e della feroce repressione dei "Piemontesi". Ma la banda di Antonio Franco, di Francavilla in Sinni, continua a farsi vedere tra il Pollino, il Castrovillarese e anche nei paesi dell’Alto Jonio cosentino. Ha effettuato diversi sequestri di persona, finiti anche con l’assassinio degli ostaggi.
Nella foresta Straface, tra Castroregio e Amendolara, si nascondono Giovanni Labanca e Giuseppe Cirigliano (Cucinière), tutti e due di Terranova del Pollino.
La mattina di lunedì 30 maggio 1864, l’ottantenne don Domenico Soria, "galantuomo" di Oriolo, parte dal paese e si reca nella sua masseria di contrada Sant’Anna, vicino al bosco Armirossi e Magliardi, distante circa due chilometri dal paese.

Che i Soria abbiano un patrimonio di 30 mila ducati lo sanno anche i briganti. Conoscono pure i nomi dei suoi figli: don Pasquale e donna Mariantonia, sposata con don Pietro D’Agostino, possidente e capitano della Guardia nazionale della vicina Castroregio.
Proprio in quei giorni, al valico di Castelluccio, Antonio Franco, socio di Labanca, ha sequestrato il giovane benestante di Albidona don Pasquale Chidichimo.
E così, viene concertato anche il rapimento del ricco Soria. Giovanni Labanca s’incontra col pastore Troiano Pappadà, che è di Castroregio. Si conoscono da tempo, perché alcuni anni prima hanno fatto entrambi i forìsi con i Chidichimo di Albidona.
Quella mattina di fine maggio don Domenico si trova nella sua vigna e si accorge che un uomo vestito di nero sta attraversando il campo di grano. Incomincia a sospettare e chiama Caterina, moglie del suo massaro Pasquale Diego, la quale è insieme ad altre due donne: la moglie del pecoraio Francesco Franchino e quella del bifolco Vincenzo Gatta.
Il Soria chiede ad alta voce: "Caterì, che succede ? … là c’è un uomo che marcia attraverso i campi .... !".
Caterina risponde: "don Dome’, non vi preoccupate, … aspettate che vado a vedere io".
Mentre il Soria scappa verso la masseria, un uomo armato di fucile e coltello gli si para davanti e gli grida: "fermati !". Arriva un secondo bandito, gli legano le mani con una corda e lo trascinano verso il bosco. Sono i briganti Giovanni Labanca e Giuseppe Cirigliano.
Pasquale Diego, Giorgio Gatta e Francesco Corrado (alias Giorgiarello) lasciano di arare il campo e corrono in soccorso del padrone, ma uno dei briganti punta il fucile e li fa tornare indietro. Poi, il massaro Diego viene pure costretto a seguirli nel bosco. Il Soria, disperato e tremante, implora:
"ma lo vedete che sono vecchio e non ce la faccio a camminare ?!".
Giovanni Labanca gli risponde, quasi bonario: "don Domè’, … stai tranquillo e cammina bello bello"
Il covo dei briganti è il Pollino; Oriolo è quasi alle porte di quelle immense foreste, ecco perché vi è stata insediata la Regia Delegazione Mandamentale di Pubblica Sicurezza. La dirige l’impetuoso Ermanno Sangiorgi, che nel Castrovillarese lotterà pure contro i temutissimi "Saracinari". Costui quando giunge a Saracena fa un’affermazione che si ricorda per sempre: "in questo paese ci sono più briganti che abitanti. Li sterminerò tutti !".
Ad Oriolo si mostra ancora più deciso e lancia un’altra sfida: "questi paesi sono stati tenuti nell’ignoranza da un governo dispotico e tiranno. Qui, la legge non si vede, ma si vedono solo briganti. E’ da tre anni che l’assassino Giovanni Labanca batte la campagna; ha potuto sfuggire alla Forza pubblica, perché viene protetto da numerosi amici. Bisogna distrugge i cardi e le spine !"
Ma Giovanni Labanca ha compiuto il sequestro in pieno giorno. Don Domenico Soria viene portato all’aperto, i due briganti, prima di entrare nei boschi, passano tranquillamente anche per alcune masserie. Al "mulino d’Angusta" si mettono a parlare col mugnaio Giuseppe Larocca, ma il vecchio viene tenuto lontano, per non fargli sentire la discussione. Poi chiamano il massaro Diego e gli impongono di recare la "mmasciàta" al figlio del sequestrato: vogliono sei mila ducati.
Il vecchio viene fornito di un bastone, per appoggiarsi durante il lungo viaggio. Si fermano presso la vigna di Guglielmo Scutari, dove parlano con un certo Antonio Cirolla, intento a zappare l’orto. Questi è amico del brigante Labanca, perché anche lui faceva il pastore con i Chidichimo di Albidona.
In contrada Magliardi fanno una breve chiacchierata con Giuseppe e Francesco Adduci, soprannominati "Poeta", che hanno i buoi appaiati per fare il maggese. Costoro sono di Alessandria del Carretto. Si dice che una donna di questa famiglia faccia l’amante del brigante Labanca.
Verso le ore dieci di notte, si fermano in un posto sicuro del bosco; il Soria vede arrivare il suo bifolco Pasquale, che apre un involto di tela, tira fuori 200 piastre e le consegna a Giovanni Labanca, che si presenta come caporale dei briganti. Il bandito si arrabbia e grida: "con questa elemosina io ci posso comprare soltanto l’insalata!"
Il Diego va subito via. Labanca, che s’è ormai rabbonito, offre al sequestrato un pezzo di pane e un po’ di frittata, ma il Soria rifiuta. Quindi, i briganti si siedono sulle pietre e cominciano a contare le piastre, consegnate poco prima dal Diego. Si fanno aiutare anche don Domenico a ordinarle a mazzetti. Giovanni Labanca vi trova qualche moneta vecchia, si rivolge a Soria e gli dice: "vedi ? hai detto di non avere soldi e li hai fatti pure arrugginire !".
Labanca si allontana, lasciando il sequestrato alla custodia del suo compagno Cirigliano, ma dopo un’ora, si vede tornare con un asinella, malandata e con basto rotto, tirata da un giovinetto che si chiama Felice Palmieri (fu Luca e di Domenica Adduci, n. il 9 agosto 1848). Costui è nipote degli Adduci "Poeta". E’ un ex studente. I briganti fanno salire il Soria a cavallo e proseguono verso le alture. Quando arrivano al "Timpone Foresta", si fermano vicino a una sorgente, tra i territori di Castroregio e di Albidona, e questa è certamente la fontana di Sèque. Fanno scendere il sequestrato da cavallo e gli danno da bere in una specie di bicchiere, ricavato da un corno di bue. Durante la notte gli fanno bere anche una scodella di latte fatto mungere da un vecchio capraio che dormiva nel suo ovile.
All’alba di martedì 31 maggio, giungono presso le balze (i vàuzi) della fontana di Acquafredda, ai confini di Serra del Manganile. Soria viene fatto arrampicare su un dirupo inaccessibile, dov’è una grotta naturale, lunga circa 70 palmi e larga 12. Di rimpetto all’apertura della caverna c’è un grosso cilindro di pietra che somiglia a un pilastro, il quale impedisce, a chi si trova all’esterno, di vedere all’interno della cavità. Ma chi è dentro, potrà scrutare su tutto ciò che si trova nei dintorni.
Giovanni Labanca, prima di licenziare il giovinetto Palmieri, gli porge carta e matita e gli fa scrivere un biglietto da mandare alla famiglia Soria. Vuole altro denaro. Mentre il Palmieri scrive, Labanca lo guarda con ammirazione e dice: "oh, se anche io avessi avuto la fortuna di fare un po’ di scuola !"
Ed ecco il fatto strano: il venerdì arriva quel Troiano Pappadà, si rivolge al Soria e gli dice:
"alzati, don Domenico, io sono mandato da tua figlia e da tuo genero don Pietro D’Agostino, seguimi e mettiti in salvo".
Il brigante Cirigliano forse non ha sentito, il vecchio rimane sorpreso ma risponde che non se la sente di camminare. Allora, il Pappadà se lo carica sulle spalle e si dirige verso la vallata. Ma appena incontrano la strada più agevole, il sequestrato comincia a camminare da solo. Poi, Pappadà si ferma e gli annuncia la lieta sorpresa: "Don Domè, … sono contento di averti salvato", e scompare nuovamente nel bosco.
Il Soria arriva a Castroregio dopo poche ore di cammino. Anche egli capisce che il manutengolo Troiano Pappadà è stato pagato da suo genero, il capitano della Guardia nazionale D’Agostino, per tradire i briganti.
Quando torna Labanca e non trova il prigioniero, si scaglia contro Cirigliano dandogli del coglione. Si va in cerca del Pappadà, ma anche costui finge di volere parlare con i compagni e si incontrano a Recolla di Sèque. C’è anche suo cognato Nicola Soda, sospettato come ambasciatore o come spia dei Soria e dei D’Agostino. Cirigliano è molto arrabbiato, si avventa contro il Pappadà e gli dà una coltellata in faccia; poi gli spara anche un colpo di pistola alle gambe. Interviene Labanca, ferma il suo compagno e dice a Pappadà: "chi ruba il prigioniero degli altri, rimane rubato dai briganti".
Quindi, lo lasciano per terra ed entrano nel bosco. Nicola Soda chiama alcuni contadini e si fa aiutare a trasportare il ferito Pappadà verso Castroregio.
Ermanno Sangiorgi continua a dare la caccia ai briganti. Non può immaginare cosa sia avvenuto in quei boschi. Punta i sospetti contro i massari di don Domenico Soria e le rispettive mogli, dicendo: "costoro sono amici dei briganti. Se riuscirò ad arrestare i manutengoli, i briganti cadono come il frutta matura. Bisogna scoprire e punire quelli che gli danno informazioni, pane e ricetto".
Sangiorgi è molto esplicito, fa i nomi di Soria e D’Agostino: "il venerando don Domenico Soria vuol far credere che Troiano Pappadà sia un messaggero divino, un angelo disceso dal cielo a strappare dagli artigli del demonio un’anima prediletta da Dio. Pappadà è un delinquente, è manutengolo dei briganti, è un assassino della stessa risma di Labanca e Cirigliano. Ma a trattare la liberazione di Soria sono stati anche i suoi figli: don Pasquale, donna Mariantonia e suo genero don Pietro D’Agostino, Capitano della Guardia nazionale di Castroregio".
Purtroppo, il rigore di Ermanno Sangiorgi fa pagare soltanto i più disgraziati: il pastore Troiano Pappadà viene rinchiuso nel carcere di Oriolo e si difende in questo modo:
"Sì, ho fornito latte, formaggio e legumi ai briganti della banda di Antonio Franco, Giovanni Labanca, Angelo e Giuseppe Melidoro di Favale, ora uccisi, e a Francesco Viola di Latronico, perché mi hanno minacciato di morte. Io ho fatto sempre il pastore, sono stato sempre nei boschi, per sfamare la moglie e sei figli. Ora, ho rovinato la mia famiglia!" .
Sangiorgi fa arrestare anche gli altri contadini di Foresta: gli Adduci "Poeta", il loro nipote Felice Palmieri e Antonio Cirolla. Sono manutengoli di Giovanni Labanca e di Giuseppe Cirigliano.
Pure il giovane Palmieri si discolpa: "io fui obbligato a seguire i briganti con la somarella, proposi il mulo, ma Labanca rispose che stava meglio l’asinella".
Nonostante il fiasco del sequestro Soria, Labanca e Cirigliano non abbandonano i boschi e i paesi dell’Alto Jonio, ma sono ormai soli e delusi, senza quattrini. Vanno verso Canna e tentano un altro colpo: quello del possidente don Vincenzo Morano, ma fanno ancora cilecca.
Cirigliano viene arrestato presso Alessandria, il 24 giugno 1864 e accusa non solo Troiano Pappadà e i contadini di Foresta ma anche il suo "caporale" Giovanni Labanca, il quale, ormai deluso e ferito, e persuaso soprattutto da sua sorella monaca, si presenta ai carabinieri di Terranova e dice: "sono stanco di fare il brigante".
Cirigliano, Pappadà, gli Adduci, Palmieri e Cirolla vengono processati e condannati presso il Tribunale Militare di Calabria Citra. Mentre il Labanca, dopo essere stato processato e condannato a Potenza, muore in un carcere della lontana Liguria.
Arch. Centr.St.- Roma - Tribunale Militare di guerra della Calabria Citeriore - Processo n.1554-212-221.
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