La brigantessa Carmela, costretta a denudarsi dinanzi ai soldati
Pasquale Gaetano, un giovane di Albidona, nella Calabria Citra cosentina, fu tra i 200 soldati che arrestarono Michele Caruso, uno dei più pericolosi capibrigante dell’Italia psot-unitaria. Il Gaetano faceva l’attendente del Capitano.
Il brigantaggio meridionale si faceva sempre più minaccioso e il giovane soldato fu trattenuto nel servizio militare per ben 12 anni. Si era quasi dimenticato del paese dov’era nato e anche dei suoi familiari.
Dalla Campania alla Basilicata scorrazzavano gli ultimi 200 briganti del Caruso. Dopo vari appostamenti e scontri campali, tra morti, feriti e arrestati, ne erano rimasti soltanto nove.
Una notte pioveva così forte da provocare la piena della fiumara. I briganti si nascosero dentro una masseria situata, vicino a Roseto. Forse era la masseria del barone Mazzario. Erano sicuri di passare una notte tranquilla. Pensavano che nessuno poteva varcare la fiumara. Chiamarono il massaro e si fecero scannare un grosso castrato; lo arrostirono, mangiarono carne e bevvero vino, fino a tarda notte. Poi si addormentarono. Allora, il massaro chiamò un pastore e gli disse:
"Tu sai che la fiumara è in piena, ma devi fare il possibile per andare in paese. Devi informare il nostro padrone che i briganti ci hanno costretti ad ammazzare il castrato ma sono ancora qui che dormono !".
Il pastore riuscì a passare la fiumara, raggiunse il palazzo padronale e riferì ciò che gli era stato raccomandato.
Il padrone avvisò subito il capitano, che era acquartierato nei paraggi del paese. Riunì i suoi 200 soldati, che erano bene addestrati, e si diresse verso la masseria. Giunti alla fiumara, fece spogliare i soldati: Questi si legarono i propri vestiti al collo e, abbracciati l’uno all’altro, come una catena, riuscirono a passare la piena.
Giunti all’altra sponda, si asciugarono, si vestirono e andarono a circondare la masseria, dove si erano nascosti i briganti. Il capitano fece nascondere ciascuno dei 200 soldati dietro un tronco di un grosso ulivo.
Siccome i briganti erano stanchi e presi dal vino che avevano bevuto la sera prima, si alzarono molto tardi. Il capobanda Caruso, astuto e sempre guardingo, prima di uscire dalla masseria, si affacciò alla finestra e si accorse che era ormai circondato dai militari. Visto che non c’era più scampo, gridò:
"Capitano, ormai la nostra resistenza è fallita. Non sparate, perché ci arrendiamo ! Siamo pochi. siamo gli ultimi briganti del regno !"
Il Capitano gli rispose:
"Dovete uscire fuori, uno ad uno. Vi voglio vedere tutti nudi !"
Uscì prima Caruso, ed era completamente nudo. Subito dopo, lo seguirono altri sette. Erano anch’essi svestiti.
Mentre alcuni soldati li sorvegliavano con i fucili puntati, il Capitano li contò e si accorse che mancava uno. Si voltò verso la finestra della masseria e disse ad alta voce: "Fuori anche l’ultimo brigante !"
Dall’interno della masseria arrivò questa risposta:
"Capitano, anch’io mi dovrò spogliare ? Sono una donna ! Mi chiamo Carmela. "
IL Capitano le rispose:
" Puoi essere anche una Madonna, ma ti devi spogliare e devi uscire nuda, anche tu !"
La brigantessa si spogliò e uscì all’aperto. Si era tolto anche il cappello alla calabrese e le sue due trecce nere le scesero dietro le spalle. Il suo corpo, tutto bruno, il viso era rassegnato ma composto e dignitoso. Sembrava una statua greca.
I soldati, solo allora si accorsero che uno dei nove briganti era una donna, ma vestita da uomo.
Quegli otto briganti furono tutti fucilati. Anche Pasquale Gaetano, intendente del Capitano, partecipò alla cattura e alla fucilazione di questi ultimi ribelli d’Italia.
Così finì la vita del capobanda Michele Caruso. Ma finirono anche tutti i briganti che circolavano nelle nostre campagne. Invece la brigantessa Carmela, scortata dai soldati, fu portata in paese. Era legata come una prigioniera di guerra. Una guerra sociale che i ribelli del Sud non potevano mai vincere.
Durante quel faticoso tragitto a piedi, la donna si rivolgeva, di tanto in tanto, ai soldati e al Capitano e diceva:
"Dentro le querce di questi monti sono nascosti i soldi del briganti …"
La briganta non diceva menzogne: diverse volte, nelle cavità delle nostre vecchie querce sono stati trovati dei ducati arrugginiti ma qualche fortunato ha incontrato anche il "tesoro" !
Poi, lo stesso Capitano, che non si era certo intenerito ma era diventato meno impetuoso, le chiese: "Carmela, tu non hai la faccia del brigante; sei ancora una bella ragazza, … ma dimmi la verità: sei stata presa a forza, oppure ti sei messa con il brigante Caruso, per tua spontanea volontà?"
La brigantessa rispose:
"Mi avete costretta a denudarmi e io sono uscita senza veste, come quando venni al mondo. Un giorno ero al fiume e stavo lavando i panni. Arrivò una banda di briganti e mi portarono via, dinanzi agli occhi e al pianto disperato di mia madre, che non ho più visto. Avevo 18 anni. Non fui maltrattata. Nei boschi e nelle grotte mi spiegarono che si erano fatti briganti perché erano stati struttati e traditi dai ricchi e dai prepotenti. Ne rimasi convinta e divenni anch’io brigante. Capitano, fucilate anche me, .. però, prima di morire, vorrei vedere mia madre, che lasciai laggiù, nella fiumara del mio paese".
(1) Testimonianza di Leonardo Scillone, nipote di Pasquale Gaetano. Il capobanda di cui parla il nostro compaesano è senz’altro Michele Caruso, che operò insieme a Schiavone, nel Molise e nel Beneventano. Non si hanno testimonianze delle sue scorribande nel Pollino calabro-lucano. Era un pastore di Torremaggiore e venne fucilato nel 1863, a Benevento. Il nostro interlocutore, basandosi sui ricordi di suo nonno, lo immagina nel nostro circondario: la fiumara, Roseto, Francavilla ecc.
Un altro brigante dello stesso cognome, il più noto Giuseppe Caruso, di Atella, operò nella Capitanata. Ex vaccaro e guardaboschi, si costituì, divenendo informatore e guida delle truppe nella repressione del brigantaggio e nell’arresto del suo ex amico Crocco.