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Storie sul brigantaggio a cura di Giuseppe Rizzo

 

Il brigante Giuseppe Magno

 

VOLEVA SEDURRE SERAFINA, LA COMPAGNA DEL CAPO BANDA ANTONIO FRANCO, VIENE UCCISO E BRUCATO DAI SUOI STESSI COMPAGNI.

 

Era di statura alta, di corporatura robusta, occhi vivi, capelli e barba nera, di colorito rossiccio, con la faccia tonda, ma aveva il naso “grossetto”, si legge nella carte processuali dell’Archivio di Stato di Potenza.

Giuseppe Magno era nato a Fosso Torno di Viggianello, il 18 maggio del 1837. Suo padre Domenico e sua madre Saveria Giovio facevano i mugnai, e per questo  lo chiamavano anche il  “Molinaro” o  “il figlio della Molinara.

Verso il 1858-59, Giuseppe è chiamato dal Comando militare e va a servire l’esercito borbonico. Poi, come tanti altri giovani meridionali, fa il soldato sbandato, perché non vuole partire un’altra volta per le armi dell’Italia unita.

Durante questo suo vagabondare per boschi e campagne, deve fronteggiare  anche la disperazione del freddo e della fame; una notte ruba una treccia di fichi secchi e qualche fiasco di vino. Viene denunziato e arrestato, perché quella roba è valutata per  lire 38,21. Alcuni  dicono che il fatto è un po’ grave, ma altri si mostrano un pochettino più umani: “ il figlio della molinara  è stato arrestato per una manciata di fichi secchi !”

Nel febbraio del 1863 salta dalla finestra del carcere di Lagonegro, torna brevemente a Viggianello, ma la Forza pubblica sta sempre a piantonare la sua casa. Giuseppe Magno si butta  da un’altra finestra  e diventa lupo del Pollino, aggregandosi alla banda di Antonio Franco.

Durante la sua latitanza trova rifugio anche nelle masserie del suo paese e procura grossi guai ai contadini che l’hanno ospitato.

Giuseppe Magno, come possiamo desumere dalla deposizione di un brigante pentito,  forse ha fatto parte anche della banda di Francesco Lavalle di Mongrassano.

Dopo quel furto dei fichi secchi, diventa un vero e proprio brigante e viene  accusato di non pochi misfatti, compiuti insieme agli altri componenti della sua banda.

Il 23 agosto del 1863 c’è anche lui nel famoso assalto dei “Senisari”  nel valico di Castelluccio; in quella occasione viene notata la sua facile mania alle vie di fatto, alle aggressioni violente e soprattutto ai tentativi di violenza  contro le donne.

Il 9 marzo del 1864 nel bosco Vernile,  il Magno avrebbe partecipato, con la banda Franco, all’uccisione di tre guardaboschi.

I suoi compagni mal sopportano certe cose: Magno tenta di approfittare anche delle donne dei suoi amici. Certamente, a quel forzuto contadino di Fosso Torno piacciono le donne formose, ma la compagna brigantessa è un fatto assai delicato: se ne fa soprattutto  una questione d’onore.

Giuseppe Magno, fidando della sua forte prestanza fisica, forse ci  ha provato più di una volta.

Nello stesso anno, come racconta ancora quel brigante pentito, il Magno partecipò anche ad un’altra aggressione del bosco Magnano.

Questi sono i fatti briganteschi dove viene accertata la sua presenza, ma Giuseppe Magno avrà partecipato a molte altre “imprese” che nei fascicoli processuali vengono qualificati attribuiti a “briganti ignoti”.

Poi, il “figlio della molinara” scompare misteriosamente dalle cronache brigantesche, proprio in questi anni; già dalla fine del 1863, nessuno lo vede più , insieme ai componenti della banda Franco,  nelle campagne del Pollino.

Al suo paese, nessuna traccia. Ma di lui si torna a parlare dopo la presentazione di Giovanni Labanca avvenuta agli inizi di luglio 1864. Costui dice di averlo sentito, a sua volta, da uno dei  “Saracinari”: Domenico di Pace.

E’ Giovanni Labanca, il brigante di Terranova di Pollino, a parlare di una tragica fine del Magno. Ha fatto un grave sgarbo al capobanda Franco, perché aveva quel maledetto debole con le donne. Ci aveva tentato invano, ma voleva soffiare la Serafina Cimminelli, proprio al capobanda Antonio Franco, perché anche questa era una bella ragazza.

Questo sgarro non offese soltanto il Franco, ma anche gli altri  suoi compagni. E’ ancora  Giovanni Labanca, a raccontare:

“Giuseppe Magno veniva ammazzato per ordine di Antonio Franco, a motivo che quello voleva abusare della “sorella” (cugina) del capobanda, a nome Serafina Ciminelli. Questo me lo raccontò,   in marzo ultimo (1864) il brigante Domenico di Pace da Saracena.  Magno violentava tutte le donne; non rispettava neanche le donne che appartenevano a qualcuno di noi. Quindi  si deliberò, per ordine di Franco, ma in concerto con tutti noi che eravamo al numero di otto, di ucciderlo. Come infatti facemmo, verso l’ora di mezzogiorno, fra gli ultimi di novembre, o agli inizi di dicembre (1863), quando sul Monte Pollino cadeva già la prima neve. Il Magno fu disarmato, Franco gli tirò la prima fucilata, poi, ciascuno di noi gli tirò pure un colpo. Infine, raccogliemmo dei rami di quegli alberi e bruciammo il suo cadavere”.

In paese già si sospettava la morte di Magno, alcuni lo davano sicuramente morto, ma al Comune si rispondeva che poteva trattarsi di una morte presunta. Quella  spietata esecuzione venne successivamente confermata anche dai Carabinieri di Viggianello, in un loro rapporto del 30 ottobre 1866, dove si afferma  che “... dalle informazioni assunte da persona di fiducia, risulterebbe che Giuseppe Magno fosse stato ucciso per ordine del suo Capo brigante Antonio Franco, già morto nel dicembre 1863, perché da quell’epoca non si ebbe più nessuna notizia sul di lui conto ...”.

I boschi del Pollino si erano ammantati nuovamente di bianco, le ceneri del “ figlio della Molinara sono state disperse dal vento. S’era fatto brigante anche per colpa di quella miserabile treccia di fichi secchi, rubata in una casa di Viggianello.

 

 Antonio Franco venne fucilato a Potenza nel dic. del 1865, con i tre Saracinari Di Napoli, Di Benedetto e Di Pace e Cocchiararo.

 

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