Dante Maffia
( Roseto Capo Spulico)
Il mare mi insegue grigio coniglio
nel suo fasto di piombo e grida;
poi apre le braccia per inghiottirmi
e mi lega nel passo dei singhiozzi
che si fanno lamenti del suo cuore.
S’allarga il lume della lucerna
fino all’impero della luna
stanca della follia degli uomini.
Non c’era prima d’ora una primula
d’acqua a porre rimedio
nel pantano che ha gorghi ambigui
e sbadiglia. Sì, ecco la vita
farsi eterna stagione del mio sogno,
avida lingua che risucchia il senso
della regalità che ha molte mani.
E le mie mani vanno restringendosi,
diventano fiume prosciugato: un palinsesto
d’ombre e di luci, un’altalena
che culla me bambino me adulto
me morto me risorto e dimenticato
dalla furia dei tanti oblii
che non sanno e non vogliono sapere
che cos’è un uomo. La verità
è fatta di parole e le parole
sono vuoto bisogno di maternità
disumano ardore
d’ineluttabili scontri. Eppure sento
che vivere è quasi entrare in una parola.
Sempre più perdo i suoni e gli spasmi
ed è come se le stelle grattassero
la testa ai gatti per consolarli e
offrire distese di biondi occhi
levigati dal mare nel continuo disastro
apparecchiato nel sublime grido che
schianta l’ardore e ne fa diademi
e giostre che ruotano ruotano sillabando
imitando la vita regalando il minuto
d’anticipo sul tempo già fuggito sugli
spalti uomini così tristi così muti
così privi di senso e quasi cose
senza risorse avviate all’imbuto.
IL MISFATTO DELLE SIMILITUDINI
Un riflesso cade e acceca la linea
a difesa dei tamburi
del sonno greve che lievita.
Le colline hanno un’anima,
le case sono ragazze alla prima comunione.
Scende una sinfonia dai rami
delle acacie. Irritato un calabrone
danza sui vetri della finestra.
E’ come se dovesse accadere un evento
e mutare la storia. Ma tutto si risolve
per il verso opaco delle abitudini.
In un’ora si distrugge un calvario,
si compie il misfatto delle similitudini
e perisce l’illusione.
ISCRIZIONI
Le catastrofi in orgasmo.
Gli echi smarriti.
Le foglie cadono.
Il dolore è vivo e pretende.
L’autunno è latitante.
Non passa mai nessuno
in questo cimitero che cammina
nel fuoco dei disastri e ride.
L’erba diventa sempre più alta.
Le domande
hanno crepe immense.
MA QUANTI CAMPANILI
Inutile nascondersi, le crisi
arrivano come temporali
e ognuno poi si sceglie la sua nube
e ci si siede.
Ma quanti campanili
sfidano l’azzurro. Per ottenere
che cosa? Aprile
non arriva così in alto,
la scia luminosa all’orizzonte
è bava di cirri che fuggono impauriti.
AL MACERO DELL’INVISIBILE
Se ne stanno in disparte
meditando di uccidere la città,
di raderla al suolo col livore
della loro solitudine.
Angeli corrotti sbavano
alle grate delle finestre, fanno
l’occhiolino ai ragni
che tessono e tessono filastrocche sceme
per il trionfo della ripetizione. E’ come
se un diluvio si fosse fermato
su branchi di pecore in agonia
e stesse per sciogliersi il nodo
degli errori accumulati dall’etica.
Per i lunghi corridoi risuona
il nulla divampando
sui residui di parole consunte
da accordi musicali di neve
sfiniti e poi buttati al macero dell’invisibile.
Gli occhi le mani i gesti sono
perfetti enigmi e implorano
la grazia della sottrazione o della divisione.
Ma quel sussurro che appanna
l’ingordigia del vivere
sembra uscire da miraggi rubati
all’inedia di forme sopravvissute.
E non so più se hanno preso
il mio posto e io fuori dal silenzio
mi crogiolo nel cerchio sibillino degli avanzi
che arrivano con quieta irruenza
e sostano nelle vene reclamando
una verità di connubi
che non avrei dovuto trascurare.
Ma forse è solo la stanchezza
a dettarmi le parole del possibile, o è un prestito
di quel lungo cammino di croci
che non sanno più trovare
la via della preghiera
e chiamano a raccolta
le lupe affamate della tenerezza
per sconcertare la grazia delle forme
e farne scempio per perdite infinite.
LA CALABRIA CHE LO SCIROCCO
La Calabria che lo scirocco sferza
non so se venendo o andando verso il mare.
La campagna ora arsa ora verde
con pompamagna di vigneti e ulivi
è sempre qui, ingombra la mia anima,
la tesse e la distesse nei giulivi
pomeriggi d’estate, negli inverni amari
e tristi d’ore interminabili.
La Calabria che pretende amore
- e non sa bene se sia donna o falco –
io la sradico, la esalto, la sotterro,
la benedico e maledico e poi
la invoco: madre, tomba, cielo,
condanna, luce che non tramonta mai,
casa aperta sul mare,
mio rifugio eterno.
Da Senise veniva a Roseto
un venditore di frutta magro e scuro
su un mulo arzillo.
Attraversava calanchi,
beveva nelle pozzanghere,
mangiava pane e cipolla
e tracannava un’intera bottiglia di vino
fatto coi suoi piedi.
Ogni giorno faceva lo stesso tragitto.
Il mondo non aveva fessure,
nessuna notizia tragica o lieta lo scuoteva.
Ma quando il mulo si piegò sulle zampe
lo vidi piangere.
Mi chiudevo in pensieri voluminosi,
ero convinto che per darmi un tono
avrei dovuto cominciare a fumare.
Non si poteva misurare
la quantità d’azzurro,
la levità dei sussurri
che come ramarri guizzavano
creando aloni attorno ai lampadari.
Il Castello di Federico
a picco sul mare
era una fatalità da sconfiggere:
le cicale marcivano nelle bifore,
i gechi alzavano un canto funebre
e deliziosamente estraneo
per accogliere la putrefazione
come una eredità necessaria.
A Roseto la Fiera, la “Fericella”,
si tiene il dieci aprile.
Arrivano da Napoli e da Bari gli ambulanti
e c’è quello che batte i piatti di porcellana
uno contro l’altro
senza farli rompere
per convincere le massaie a comprarli.
Mia madre non poté andarci mai
per via della sedia a rotelle.
Mi accompagnò mia sorella…
Quando fu il primo giorno della plastica
ci parve d’essere cresciuti di secoli.
Perdura la notte
senza abiure senza
pesi che chiudono la gola.
Animali da circo vagano
da un vicolo all’altro di Roseto.
Certo, la sirena
era anche il sogno d’Ulisse
e la violazione della siepe leopardiana.
Ma c’era chi alzando i muri
li verniciava di verde e io
li confondevo col muschio
o con dimenticanze della pioggia.
Le notti della trebbiatura
avevano risonanze d’infinito.
L’aia si dilatava, si aprivano
mille viottoli nel bosco vicino.
Un parlottare complice di corpi,
passi felpati
che sembravano
gridi di cardellini appena nati.
La tarantella muoveva agli eccessi.
Uscivano le farfalle in frotte
sparpagliandosi. Si inseguiva
la prima occasione, il primo invito.
Si spegneva la sete,
si accendevano i cuori delle cicale,
Dio passeggiava a fianco d’ognuno
reclamando la sua parte di terrestrità.
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