Gianni Mazzei
M’affatico a rimuovere
inutili pensieri
come fanno con la sabbia
sulla riva del mare i bimbi
nel gioco dello scavo
Invano. Inesorabili ricoprono
l’affiorante umidità
nella buca di sempre
come il cuore delle cose
senza poter vivere in eterno.
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Non ho cuore a passare
dinnanzi alla vigna
incustodita da quando tu manchi
piena ovunque di erbacce
e il cancello sbadatamente lasciato aperto.
Un senso di estraneità mi prende
come al corruccio di mia figlia
gli occhi tra le sue ciglia inarcate
prossimi al pianto.
E resto in quest’inconciliabile
tramite di voci del cuore
pozza d’acqua piovana
fuori dal flusso lungo del fiume
che mai nell’esiguità di umori
sa farsi erba
albero duraturo.
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Io non tornerò più
negli occhi che sanno di terra fresca
nelle mani
che frugano
incerte
in lontanissimi silenzi.
Pietra antica spaccata in due
il mio cuore
nudo sull’altra sponda
è stanco di aspettare
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Mi accende il tuo silenzio
dalle movenze molli
il verde inaccessibile dello sguardo
e il riderillo del cuore
che accarezza divertito
i rossori intimi dei miei pensieri
sparsi nostalgici
nel turbinio di sinuose albe.
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La lucentezza del tuo respiro
È il rosso-ocra autunnale
Quando l’aria traspare nelle cose
E sprofonda la distanza
Nell’avido rigurgito degli occhi.
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Dovrò un giorno
conciliarmi con quello
che di me
inoppugnabile
alla morte obiettava
il sereno movimento
del pensiero.
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D’improvviso avvertì
nella penombra
un languido nitore arcuato
infinitamente disteso.
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M’incammino, di sera
per le vie silenziose del paese
con la segreta speranza di
di vederti, improvviso, svoltare l’angolo
guardarci negli occhi
e vivere un momento insieme
padre.
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Mi attraversasti furente il cuore
senza desiderio di dimora
invano cercandoti
come avviene negli anfratti remoti della mente
per l’idea che conta.
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Quando si scherzava
quelle poche volte
sull’ultimo trapasso
per esorcizzarlo
questo buco nero dell’animo
che inghiotte ogni pur minimo
barlume di resistere
a dispetto degli arzigogoli della mente
tu dicevi
di non darsi pensiero
tanto ci saremmo rivisti
un’altra volta
chissà dove
forse nella lontana Cina
nelle movenze ambigue del gatto
quello che una volta
sentisti parlare con voce dell'amico
in una sera particolare
uscendo dalla cantina.
Magra consolazione
per l’errore mai rettificato
di questo inutile
nostro essere
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Ci accompagnavamo guardandoci
da lontano
sempre alla stessa distanza
con il sorriso nel cuore
finché tutto divenne nel cielo
una dilatata pupilla
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Io più non tornerò
agli occhi che sanno di terra fresca
nelle mani
che frugano
incerte
in lontanissimi silenzi.
Ansia di deserti sterminati
incalliti di pianto
è il male della vita che mi opprime
pietra antica spaccata in due.
il mio cuore
nudo all’altra sponda
stanco di aspettare.
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Ti ho aspettato
sempre
nell’ultima curva.
La tua nostalgia
era calma che impaura
il delirio del sole
impazzato d’azzurro.
Ti ho aspettato
sempre nell’ultima curva.
Pensavo che bisognasse scendere la china
per mirarti nella tua possenza.
La sincerità del proprio nulla era appello d’infinito.
E così scendevo
mangiando polvere per parlare d’eterno
perché era meglio cercarti
egoismo di gente perbene
che annientarsi per possederti.
Non era colpa tua se non mi apparivi allora
bastava rispecchiarmi
mendico
per sperimentarti
ma nel mio orgoglio avevo viso di pietra.
Nell'ultima curva
come sempre
tu mi aspettavi al varco.
Invano.
Non era comodo cercarti.
Verità
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