Gino Rago
( Montegiordano )
Isola
Isola che sembri un navigante,
una pietra immensa mentre affonda,
per te immaginai
veglie senza pianti.
Come questo scoglio
ho perduto i miei legami,
ho smarrito memoria e distinzioni.
Mi cresce in cuore
la distanza, mi muore
senza scampo la pietà.
Ma non arretro né inorridisco:
simile alla vedova d’un anacoreta
abbasso i veli scuri
sopra gli occhi, scopro in me
la pura gioia dell’invisibile,
la grazia ineffabile del viaggio.
Per sottrazioni
a Mario Luzi, Maestro
e amico indimenticabile
Per me, solo per me vorrei
che l’ultimo viaggio fosse
analfabeta, le mani a arrotare
la gola della luna, il sangue -
senz’affronti - dentro le amarene:
poi, nient’altro. Un tonfo
d’albicocche sull’asfalto
vorrei che fosse
il mio urlo breve, un brivido
a percorrere il paese
dall’ultima casa dei vivi
alla prima delle ombre amiche.
Per sottrazioni
la metrica è delirio
d’enigmi fra le nubi, la goccia
all’alambicco
si fa spirito puro,
come la tua parola: quel gesto
necessario, quel fiato
d’uomo a prillare in cuore
sono la cometa, la mia consolazione.
Diario di un poeta
Fasce di pudore,
bende profumate sulle crepe
dolenti nella carne
ha la mia stanza
nelle soste lunghe: qui cerco
la misura, spio la vita
dalle fenditure
a distanza neutra dagli eventi,
estraneo a me stesso, lontano
dalle formiche prese nel delirio.
Annuso il mio giorno
con la certezza di un rabdomante,
taglio il percorso della luce
quando rimbalza
dalle bottiglie al cuore, inseguo
solitario la decenza, cerco in me
i contraccolpi fra la storia
e Dio…Io, Ulisse bianco
da tempo in vestaglia, navigo
da libro ad altro libro, sbaglio
i vettori dei venti, schivo
a fatica scogli, fingo naufragi,
m’invento qualche approdo
fortunato. Sono il geco notturno
che s’incolla
all’ultimo calore sopra il muro,
mi arrendo alla smania
d’assoluto, cedo alle chiamate
di coste sconosciute, mi apro
all’urlo di fantasmi che si stacca
da velieri di sogni
senza rotte: voglio distese d’acque
senza sponde, il mio bacìle
che s’allarghi a mare
sotto lune di parole piane, la poesia,
gli orizzonti nei fuochi
di resine a bruciare l’anima.
Caffè Notegen
Lessico di alghe, sintassi
di conchiglie: al centocinquantanove
di Via del Babuino
una sirena chiama l’uomo stanco
all’ultimo sentiero
di lumache, spalma
sul passo incerto di frontiera
un giallo profumato
di limoni : “Die Klage, das Ruhmen,
lamento, elogio, Euridice, Orfeo,
il bergamotto
sul fiato della morte. Viola
infinito di Scilla, mare
d’enigmi a Chianalea: qui mi feci piuma
nel vento sul dorso d’una mano.
Da Teresa risento
l’estasi dolente
della figlia eletta di Zurigo,
galoppo sopra il nulla,
non temo
il viaggio
al centro della notte. A Notegen
di Via del Babuino
non ha ricetto la malinconia,
resta sui selci neri
l’orma verdebile dell’inganno,
bussa indarno il Male
alla vetrina. Da Teresa
i poeti clessidrano il tempo,
fermano in sé
il respiro degli alberi, bruciano
i colori della vita. Al Notegen
il sangue corre
più in fretta del canto
e l’anima si vanta
d’essere scheggia dell’eternità:
puntuale torna
sugli scalini a brillare aprile
e le azalee sanno fare il resto.
Metrica e dolore
A chi vuoi che importino / le veglie senz’attese
sopra il mare, i lampi
d’aprile, i legami
fra uomo e natura? Sono
con me stesso
sul promontorio scrostato
dai venti, su queste altane d’aria
che sfiorano la luna. Ho in me
un murmure di api, dolcissimo
è il miele dei poeti e sogno
come sognano i ruderi
fra gli oleandri dei Fori Imperiali.
Metrica e dolore, mio pane
Notturno sui baratri, accoglienza
di tutte le razze: volerò con l’airone
prima di essere tenebra
né più nell’anima duole
il cerchio d’ombre sulla laguna
ove sciabordano vecchi pensieri.
Non temo la morte.
Ma non so accettare l’idea
che l’onda, il grano, lo stelo,
la potenza che rompe le gemme,
le procellarie delle tempeste
possano fare a meno di me. Unisco
le mani, dissodo il silenzio
con un gesto secco, resisto
alla polvere che danza e a sera
chiama un nome dal paese:
pazienti, più forti del tempo,
i miei morti possono aspettare.
Il seme della vita
Ci muore in bocca il seme della vita
se lunga è la notte
che non trova l’alba: corremmo soli
verso luci ardite
per non donare al fiume dell’oblio
l’acero che volle
farci ombra – quando la terra
in noi si annichiliva –
né la fronda bassa di coltelli
del salice a tagliare
l’alone oracolare della luna,
i venti sempre ostili
nei postulati delle dissolvenze,
l’urlo nell’anima
protesa senza fiato verso il niente.
Autunni spenti, foglie senza nervi:
cadeva tutto il cielo
nel male della carne. E’ sangue
il rosso acceso sulla mia bandiera,
è segno d’Euridice
il canto crudo
d’una cinciallegra. Nei versi
trovammo il ristoro,
acquietammo in cuore
l’ansia d’assoluto. Dorme la morte
nell’armamentario di queste tramontane.
10 AGOSTO 2005
Per Giuseppe, Alessandro, Giuseppe Mario
Rimarrà nel cemento / il palpito dei fiori,
l’urlo d’apocalisse più non giunge
a turbare come un tuono
l’aria dell’occàso : chi può dimenticare
il dieci agosto del duemilacinque…
Tre gigli macchiati di sangue.
Le carni ancora pure
ora sono ombre
inquiete sopra i monti, la pienezza
del tempo inconsumato è dolcissimo agguato
d’acqua sorgiva nei fossi:
se cadono le rose prima dell’ora
che si pieghino
-fino a toccare la terra-
le fronde dei salici: Noi siamo
chini sulle sponde
che dicono dei “vivi”, gridiamo
tre nomi senza suoni
verso quelle stelle che dovevano cadere
a scìa luminosa, tagliente,
nei meandri segreti del cuore:
tutto è assenza, distacco crudele,
viaggio dolente, aria ubriaca
di zucchero filato
verso lo spazio immoto e senz’attriti.
Una brina si spalma tutta nera
sui gelsomini, ottunde
le vertigini del mondo e l’anima
deraglia verso il niente. Inconsolata
l’erba rinnova il delirio
del cosmo, a primavera, e voi sarete guerra
di colori sui limoni: fino a quell’ora,
senza voltarci su piste di vetri
per voi soltanto tratteniamo il pianto.
Dichiaro che la lirica 10 AGOSTO 2005 è frutto della mia creatività, che è inedita, che è dedicata a Giuseppe, ad Alessandro e a Giuseppe Mario –tre puri spiriti a vegliar sulla mia sorte- tenendo in me caro il pensiero delle due alunne e degli alunni della 3° A Geom.
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