Leonardo La Polla

( Trebisacce )

 

ALBA TREBISACCESE

Brune forme di cose
nell’ultima notte

che cede alla luce.

Mite l’occhio del sole
guarda Mostarico buono
alto sul mare
e la luce bambina
scherza con le pigne
e le querce
e s’insinua burlona
tra gli ulivi severi.
Lievita dolce il mattino
e gioca con le cose

nascenti al nuovo cielo.

 

BETHSAKIA*

E Mosé
non benedisse Bethsakia
e Mostarico quieto
l’incendio non ebbe
delle Tavole azzurre ed eterne!
Il vento fioriva la noia
rumorosa di pini e sentieri
vivi di sangue pietroso
fra le rughe riarse di terra
e l’acqua di polle impudiche
fu sogno di creta alle querce
ansiose di ulivi in amore.

Bethsakia baciava le rive
di torrenti ribelli alle nevi
nel turbine grande e vincente
del liquido vortice amato
e struggenti capezzoli d’erba
vogliosi d’azzurra rugiada
agitava nell’aria incolore.
E sapore di tuoni dispersi
nel verde perenne degli orti
indugiava sul ventre setoso
proteso alla bocca del sole.

Ti ritrovo,
Bethsakia degli avi
assopiti negli ozi solari
disegnati nei cerchi ove Euclide
dileguava il Sapere arrogante
intagliato su rocce di Tempo
sfinito al Logos bugiardo.

  • Terra arsa – Suggestiva ipotesi di derivazione del nome di Trebisacce dalla parola (ebraica?) Bethsakia.

 

TRAPEZAKION*

Inquieta Bethsakia
sulle mani solleva
le amorose colline
a riguardar nel mare
rigonfio delle zagare
e del suono dei fiori
dispersi nel torrente
a giocar con le pietre
senz’anima di brina.

E l’aurora s’ingemma
oltre il mare di Venere
labbra d’alghe rosate.
Dolce terrazzo amante
del sogno senza numeri
ribelle ai pitagorici!

Ombre di selve
e sorrisi sommessi
di ninfe seni al vento
e satiri beffati
modellerai nel giorno
che ruba al sole
il Fuoco
l’Amore del Sapere
balcone spalancato
oltre le nubi altere
di sconfitta Ragione.
Trapezakion dei Padri!
Ti amerà la Storia
per l’Esser tuo
Poesia.

  • Piccola tavola o piccolo pianoro affacciato a mò di terrazzo sul mare.

Altra suggestiva ipotesi di derivazione del nome di Trebisacce da termine (bizantino?) Trapezakion.

 

IL PONTILE

Riportami negli occhi
di sale azzurro
e suoni
d’incerte conchiglie
rapidi e attendi
i passi dell’infanzia
nutrita agli odori
delle pentole al fuoco
nell’agitata paranza.

Riportami nel sangue
il ferro lambito
dai corrosi orgasmi
del vento e dell’acqua
Amore e Psiche
del mare senza Mito
che alletta le lampare
e le disperde nel riso del Sole
crudele inutilmente.

Riportami nei muscoli
languidi d’esistenza
inquieta e stanca
d’Azzurrità sperate
l’ardimento dei tuffi
voli d’Aquila sacra
che abbandona le cime
e si discioglie
nell’abbraccio vorace
dell’acqua felice
ormai persa alla riva.

 

LE LAMPARE

Le gocce di sole
tenere all’abbraccio
dell’Aurora
mi ritrovano scalzo
sulle pietre in attesa
che le lampare ritornino
Memoria della luce
che s’attenua
su sfolgorii di mare
a vivere già teso.

E il pane nero imbianca
inquieto nelle casse
azzurri di fremiti
agitati ed estremi.
E m’appresto alla riva
col paniere di sempre
e riguardo nei volti
inconsunte salsedini
di marinai ossuti
al sonno ribelli
e alla fatica indomi.

E le mani protese
a piccoli servigi
mute le preghiere
ascoltano dei fiori
Anima dell’acqua
che illuse allora Omero
ed oggi irride
a Cristo che chiede
di abitare qui.

 

IL MIO MARE

Perché dici, bugiardo,
d’essere di Omero…
sei il mio mare
il mare delle pietre
piccole e grandi
grigie e colorate
della mia infanzia di alici
barattate a riva.

Perché dici, bugiardo,
d’essere di Venere…
sei il mio mare
il mare delle rancide
lampare traditrici
pur nel verde di palme
del lungomare arrogante
e perduto da sempre
ai miraggi degli occhi
vergini di sale.

Perché dici, bugiardo,
d’esser di Pitagora…
sei il mio mare
il mare del mio Mito
del mio Sapere-Immagini
della mia Scienza-Canto
della mia Poesia…
e per questo ti amo
anche quando d’inverno
sbavi agli orgasmi
su cavalli di vento
sfuggito alla tempesta.
 

 

 




 

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