Luigi Pace

( Montegiordano )

 

                                                 

IL CUORE DELLA MIA GENTE

Il cuore della mia gente
ha tante piaghe,
dove lo tocchi duole.
Per spianare le terre
tra gli ulivi e il mare
ha perso a goccia a goccia
il sangue dalle vene.

Il cuore della mia gente
è un’ocarina,
dove lo tocchi suona.
E’ nato dalle argille
con gli occhi grandi e neri
e va vestito di sole
nel vento del Pollino.

Il cuore della mia gente
è una doppia lama,
dove lo tocchi taglia.
Ma va armata d’amore
e bussa di porta in porta
per chiedere un po’ di bene.

 

QUANDO IL MIO POPOLO PIANGE

Io sono la voce di questo silenzio antico,
io sono il vento di questo cielo perduto,
io sono il pianto di questi volti scavati.

Nel sangue ho la secchezza delle fiumare,
negli occhi ho il vuoto delle colline,
nel cuore ho la cicala delle pianure.

Quando il mio popolo piange
alla luce della mezza luna
io corro da punta a punta del mare
e porto il mio grido di cavallo ferito
fra vento e vento sopra le rovine.
Io sono il ragazzo che non fu creduto,
il ragazzo lacero che non fu amato,
che fuggì piangendo
con la furia del vento
nella selva dei capelli scarmigliati
portandosi nel cuore
la magia del suo paese.

Sono andato al di là del cardo secco
per abituare il cuore alla dolcezza,
per ritornare in mezzo alla mia gente
come un tagliente soffio di coltelli.

Sorgete visi caduti,
gettate il manto di lutto.
Scavate sotto le pietre
la vostra antica radice.
Intrecciate collane di fiori
col fuoco degli occhi scuri.
Portate ad ogni svolta di strada
il canto di un nuovo destino.

 

MADRE MIA MERIDIONALE

Per non lasciarmi solo / ad inseguire il vento
mi sei venuta dietro
con la tua figura nera
madre mia meridionale.

Nera come una rondine
in mezzo a strade e palazzi
e mai un po’ di cielo.
Lontana dalla tua gente
dall’aria dei rovi e delle pietre
dal suono del vento e dei torrenti.
Umile e addolorata
sola con il tuo dialetto
con il tuo cuore di povera,
con le tue mani di fuoco:
le più svelte quando ammucchiavano spighe
e sciacquavano ceste di panni nei canali.
Ora così scarne e fredde di stanchezza
che tremano per stringere sul petto
il mio ritratto ricciolino
con gli occhi punti da uno spillo.

Ho modulato con flauti di salcio
i giorni dei giochi
all’ombra del tuo volto ammantato
di statua greca.
Mi sono cresciuto mangiando pane e cicoria
vivendo come la capra sul ciglio dei fossati
e con la poesia che tu mi hai dato
per gridare un giorno al mondo
fuoco e malinconia della mia terra
per strappare all’incantesimo del sole
visi affilati d’antichissimi pianti.

 

NEL SERENO ODOROSO

Nel sereno odoroso
di questa notte lunare
sono ritornato ancora
tra le mie vecchie mura.

Rivedo le stelle sospese
sopra il vaso di prezzemolo.
Riascolto il fischio del vento
tra gli spacchi dei battenti.
Mi spunta un grumo di pianto
a ricordare.
Mi nasce un dolore nel cuore
che si frantuma.

 

TERRE MIE

Terre mie di pietre e spine
e calvari di crocevia.
Il mulattiere allunga il passo
a briglie sciolte
a morsi di pane amaro
verso una cava di pietra dura.

Terre mie di mille voci
nelle notti di lune e di gufi.
Il vento pieno di boria
riempie le vie vuote
e sibila sinistro sui tetti delle case.

Terre mie di tanta sete
di fiumare e cisterne vuote.
Si stacca dall’ombra dei muri
lo stampo di facce abituate
a mute malinconie
e sulle teste
filtra tra le brocche
la vicinanza del mare.

 

 




 

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