Nicola Oronzo Accattato

( Oriolo )

 

En tus ojos de luto comienza el país del sueňo
(Pablo Neruda)

  


E' cominciata così,
né più….
né meno.

Io neanche ci pensavo.

Ero nella dimensione del piatto vuoto per l'affamato,
dell' insipido per le acciughe
….e del sordo;

inattaccabile dai balli, a sprazzi coi suoni.

Giravo tra i capannelli di persone
senza desiderio di incontrare qualcuno
che potesse riconoscermi e chiedermi se era proprio vero che
ero quell'Oronzo che………….. 

e con la speranza che……
qualcuno
mi dicesse  che  ero
Nicola …Oronzo …. Accattato
……………
e mi facesse un po' tanta
…. ……….
compagnia.
…………….

La notte era limpida,
le stelle a portata di mano,
la luna come un pallone galleggiante  nel vuoto
……………
………il mare …..
…………………
…….. il mare ……
una molle presenza lontana

e le salsicce arrosto che spandevano odore di festa

e crampi allo stomaco.

Ed io che,
con una notte come questa ci avevo passato tante altre notti,
col cielo che mi arrivava fino al mento,
con ogni fessura del corpo
annegata dal nerofumo e dal gelo
che mi regalavano i pensieri del malato terminale,

in una notte come questa ero…….
né più
……..
né meno.
………
O, forse,
………
un poco meno
tanto più
tra la mia gente paesana,
tra la mia lingua di vocali finali mangiate,
tra le labbra dei vicoli:

labbra narranti
di porte e finestre sigillate
nella valigia della nostalgia
in cui niente di nulla può più combaciare,

perché i ricordi sono rimasti bambini
e il corpo ha seguito il deperimento del tempo.

Labbra mute dei gerani……..
rossi come il sangue raggrumato,
senza rimandi di serenate,
su finestre affacciate sul silenzio

del silenzio di altre finestre in attesa
di ante e di gomiti.

E mano mano che un bicchiere di vino si aggiungeva agli altri
e il sangue navigava più fluido nelle arterie,
il funerale che mi albergava nel ventre
sembrava sciogliersi come le stalattiti accarezzate dal tepore dell'alcool
in goccioline di pianto.

 

Le vedevo scivolare cristalline:
goccioline solitarie
a luccicare stelline per l'eternità di un secondo
e poi………..
…………….
abbandonarsi una all'altra,
in rivoli silenziosi
in discesa ripida
……………..
lungo la roccia che era diventata la mia afflizione.
………….
………….
………….
E come era morta mia madre
raddrizza ossa,
                           raddrizza brutte inclinazioni!


E come era occhi assenti quella che,
con la mano mi pettinava i ricci
                                 e la tenerezza!

E come non era mai esistita quella che,
con gli artigli dei suoi cinque sensi
e di un altro senso ancora,
più rapace,
sapeva farci navigare nella burrasca
dell'ebbrezza
                           e dell'ammorbamento!

E come quell'altra aveva allargato le maglie della sua ragnatela
in cui,
come una mosca,
ballerino di tip tap,
caracollavo da uno all'altro dei suoi fili
………. impalpabili…
.............
………d'acciaio!

E che ne era dei miei padri di modesta statura
arrabattanti nel giorno dopo giorno,
arrabattati nei secoli dei secoli
 (“ amen “)
nell'abitudine alla vita
…… e alle fregature
 che altri uomini gli consegnavano?

E di quelli guerriglieri
a gara con i propri nervi,
incazzati col tempo
               troppo lento,
               troppo veloce,
incazzati di se stessi,
incazzati con la miseria,
incazzati con la morte,
…………………………
incazzati della vita con la morte,
incazzati per le proprie
……. incazzature?

Era il mingherlino,
con lo sguardo del naufrago capitato in una terra tutta insidie
che si era seduto,
senza quasi neanche essere poggiato,
sullo sgabello
                         del mio stomaco.

Era la madre indiana
col fazzoletto a pallini bianchi su sfondo nero
girato sulle tempie per racchiuderci la sua cefalea
e lasciare a me l'idea del mondo
                          con la malattia.

Madre indiana
in una perenne danza propiziatoria dello
                         "speriamoche",
pure per andare a pisciare,
fibrillando,
spasimando
tra speranze e timori, che mi  dava ora il formicolio
       alla gamba destra,
ora alla gamba sinistra
e mi guidava,
naufrago
in una terra tutta insidie,
verso dove,
seduta,
                           tu mi stavi aspettando.

E prima che muovessi le tue dita da bambola
per salutare
                    (“come si conviene”),
 i tuoi occhi erano già ritornati
 sorridenti
 dalla loro perlustrazione nel buio del mio sottoscala
                               e nella muffa del mio soggiorno,
………………..
come se
     quell’andare a tentoni e
     quell’aria stantia
fossero per te il mondo terso del dopo una nevicata.

Io non potevo fare altro che seguire il tuo fascio di luce
scoprendo in quante tane  ero incantucciato
                                    fetale,
incapace di trovare la spinta
per fare il balzo fuori dalle mie paure
                         di avere paura.

E se tu eri come un turista
che vuole risarcirsela tutta la spesa sostenuta
e volevi fermare in migliaia di fotogrammi
gli avvallamenti e gli strapiombi
e pure i tuoi occhi che li guardavano,
…………..
io avevo l'ansia di andare oltre,
senza neanche sapere
                           se c’era l'oltre
o se il mio mondo finisse ad ogni tua fermata.
Tra la mia inquietudine e le tue soste,

in quelle che a te sembravano oasi
ombreggiate da alberi di datteri
e da dune come cuscini,
c'era l'abisso della mia abitudine
                  (“ vecchia”)
di volere che tu mi guardassi dal mio punto di vista
più presentabile
e il tuo candore di volermi prendere
                           tutto intero.
……………………………………………..
……………………………………………..
……………………………………………..

                                         
Trasposizione in ”forma parlata”

di Franco Gatto

                                         
                                         

 

                                         

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Io e Peppe

                                         

Noi due eravamo proprio diversi in tutto: dal vestire, al pettinarsi, al modo di arringare e qualcos’altro ancora. Era questione di lessico, era questione di origini. Io volgarotto e facilmente portato ad accaldarmi con le parole, lui lapidario nel bollarmi comunista, come se fosse la più brutta delle vergogne; e per di più ci aggiungeva pure massone, e questo lo capivo ancora meno o non lo capivo affatto. Io, figlio di poveri cristi, lui figlio di Don. Insomma, inconciliabili, quando era possibile, abbiamo sempre trovato il modo di evitarci e se proprio eravamo costretti a dirci la nostra inevitabilmente finiva con una bella litigata. Io, e non ce n’era bisogno, cercavo di far prendere coscienza della nostra miseria di sud profondo dimenticato dal mondo che contava e fregato pure da quelli che contavano in paese, lui prometteva posti. Io diventai agli occhi di qualcuno un eroe delle cause perse, lui vinse le elezioni. E quei posti li trovò veramente e quello che era ed è tutto bello fu che li diede proprio a quelli che più comunisti di loro non ce n’era. E se io avevo sgranato gli occhi quando scriveva elettorale che avrebbe costruito una nuova casa comunale e il campo sportivo, lui mi lasciò a bocca aperta quando oltre tutto fece diventare Borgo Antico quelle che prima erano case cadenti e Castello Medievale un rudere e molte altre cose e cosette ancora.
Casa sua diventò luogo di pellegrinaggio di uomini e donne recanti suppliche e agnelli lattanti, casa mia venne resa ancora più nascosta e ombrosa da quella di fronte che si era alzata a dismisura.
Io mi dedicai a tempo pieno alle parole, certe volte accaldandomi, molte volte raffreddandomi. Lui continuò a fare il politico e anche il vigile urbano, l’architetto, il padrino di tanti neonati, il dispensatore di acqua e di luce. Io, com’era nell’ordine delle cose di tanti altri meridionali, andai a spendere la mia vita altrove, lui sembrava godere dell’eternità del potere e dell’ubbidienza. E invece un giorno di settembre ci ha lasciato. Più di qualcuno, e non me lo sarei mai aspettato, ha festeggiato la sua dipartita. Quasi tutti - e specialmente quelli che andavano in processione a casa sua - lo hanno sepolto definitivamente anche nella loro memoria. Io che non l’ho capito quand’era in vita quest’uomo della Democrazia Cristiana, che democratico non era e non era neanche Cristiano Osservante e neanche si è arricchito, non ho capito neanche perché si voglia farlo morire per sempre, o, peggio ancora far finta che non sia mai esistito. Lui, magari, neanche si stupirebbe, perché sapeva che potere e amicizia convivono come il lupo e l’agnello. Io, sarà perché non mi rassegno all’idea che si nasce e si muore, sarà perché ho memoria di come Oriolo era e di com’è diventato soprattutto grazie a lui, sarà perché delle cose mi piace osservarne il sedere e la faccia, sarà perché ritengo che una comunità che sbrigativamente vuole gettare nel dimenticatoio un suo lungo pezzo di storia non ha identità né futuro. Sarà perché tutto sommato la maggior parte dei politici che sono venuti dopo di lui non hanno brillato e non brillano né nelle iniziative né nel loro modo di guardare uomini e cose, lo compiango e lo rimpiango.  
                                       

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Caro Berlusconi

l’avevo detto a tanti e scritto per pochi intimi che Voi non eravate proprio il tipo che si poteva mettere in un angolo scornandoVi con qualche vignetta amena. E’ vero, però, che anch’io ho fatto dell’ironia sui Vostri tentativi, certe volte riusciti e certe volte no, di ritemprare le gote, di sbolsire il gargarozzo, di incrementare i tacchi e le suole delle scarpe, ma devo confessare, da quasi pelato quale sono e non vorrei essere, che la mia non era altro che un’inconfessabile invidia (anche a me stesso) per come eravate riuscito a permeare di capelli sottili ma peciosi quella che prima era una zucchetta luccicante. Insomma, le solite battutine da poveri cristi che lasciano il tempo e le cose che trovano e non fanno scappare neanche una risatina nel palmo della mano. C’è stato, poi, addirittura, chi Vi ha voluto tirare nei tribunali per le tante fatte male nella Prima e pure nella Seconda Repubblica: giustamente molte volte e per la circolarità concentrica a spirale altre volte, (ossia per aver trovato con le mani nel sacco alcuni di quelli che Vi ronzavano intorno). Senza presunzione, però, anch’io, della Bilancia come Voi, avevo previsto che i Vostri rimproverati fatti o mis-fatti non correvano il rischio di essere puniti, perché erano più o meno quelli che hanno commesso fin dai tempi dei tempi il 28,7%  e quelli che un altro 48,6 %  avrebbe tanto desiderato di commettere allora e pure adesso. Uno spicchio della rimanente gente italica era nato con le ali corte e tozze della quaglia, e volava bassa nella sua modestia, o nella sua indolenza e Vi guardava ammirata - novello re Mida - per la Vostra sagacia di sagomare mattoni, di modellare immagini e suoni, di assicurare questo e quello e pure questo a quello. E da questi non potevate aspettarVi altro che lo stupore, la venerazione e la prece di dettargli, magari sottobanco, la Vostra ricetta incetta tutto. Un altro spicchio, fiero della sua indignazione di avere per la testa un altro modo di guardare gli uomini e le cose, neanche si abbassava a venirVi a trovare nelle Vostre faccende terra terra e, naturalmente, neanche si è accorta di come la Vostra levitazione ha preso forma e consistenza. Quando ha aperto gli occhi non ha potuto fare altro che prendere atto che il mondo era a Vostra immagine e somiglianza, dove, tanto per fare un esempio banale banale, se i ricchi non si arricchiscono ancora di più, i poveri diventano ancora più poveri. In trappola loro, confusi e in-adeguati chi gli andava dietro. E, scusateci tanto, neanche ci basta che Voi fate finta di lasciare in altre mani la presidenza del Milan o che la moglie di Rutelli si affanni ad illuminarci e a darci conforto nelle trasmissioni di cucina e di cuore, di calcio giocato e di calcio parlato, di costume adamitico e di naif metafisico. Noi, per ora, non possiamo essere che ammirati della Vostra magnanimità nel perdonare anche chi ha osato toccarVi nella di Vostra persona e della Vostra crudezza nello stigmatizzare che undicimila calabri pagati profumatamente, per trastullare la noia delle giornate meridionali, si scannino tra loro per accaparrarsi una piantina e una sola alla quale dare le amorevoli e personalizzate cure. Io, devo ammetterlo, sono sicuro che ancora c’è più di qualcuno disponibile a credere che nel Vostro prossimo quinquennio di governatorato, ostacolato sempre meno dai comunisti mastelliani, rutelliani, prodiani e di più fanatici ancora, sapreste trovare una risposta a tutto senza neanche farci aprire la bocca. Purtroppo, per Voi e menomale per me e per i tanti che non sono stati contagiati dal Vostro ottimismo e neanche sono stati sfiorati dalla ricchezza che, come dite Voi, avete saputo creare, mi vengono forti dubbi che il Vostro 2006 non sarà come il Vostro 2001… e la speranza che - magari!- i tanti galli del pollaio di quel rimanente fiero e indignato non continueranno a farci solo vagheggiare quel modo diverso di guardare uomini e cose,  cordialmente Vi saluto.

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QUESTO E’ STATO

QUESTO E’ QUELLO CHE NON VOGLIAMO
                                                                                   

Com’è scritto nella nostra storia, nella nostra pelle e nella  nostra andatura, la pazienza è stata sempre la nostra arma di difesa, il nostro vademecum nel giorno dopo giorno. Nostra forza che ci ha fatto guardare facendo finta di non vedere e che ci ha fatto abbozzare prima nello stomaco e poi nella testa; e poi la testa ammansiva lo stomaco e i nostri nervi, fino a che le umiliazioni più storte di questo mondo venivano a sembrarci nell’ordine naturale delle cose. Ce la siamo passata da padre in figlio senza bisogno di notai né di carta scritta e neanche di tante parole: una bella eredità, come possono essere i ricci dei capelli, il naso aquilino piuttosto che a patata, nascere femmina o viceversa. Disposizione abituale e non occasionale, insomma, la nostra, che ha sempre trovato una buona compagnia nell’attesa fiduciosa, a volte giustificata e molte volte no. L’evento gradito e favorevole era arrivare a mettere insieme il pane e il companatico, e quando ci hanno aperto la speranza di partire per le americhe del mondo, con pazienza, abbiamo ficcato le poche bagattelle che avevamo messo da parte e quatti quatti ci siamo imbarcati in cerca di quella fortuna che dalle nostre parti non si trovava. Chi è rimasto, si è saputo scegliere il padrino giusto per far battezzare il figlio. Chi è rimasto ha dovuto piegarsi alle regole di chiedere il favore pure per fare i suoi bisogni corporali. Chi è rimasto non riesce a guardare con occhi buoni chi gli sta di fronte: perché è uno specchio cattivo che gli rimanda come quando e dove ha venduto il suo voto e la sua faccia al Potente di turno per ficcarsi stipendiato in qualche angolino caldo. Chi è rimasto ha saputo faticosamente conciliare il suo appetito con la sua dignità. Chi è rimasto ha voluto trovare nel ritmo delle stagioni il ventre della terra: quello della memoria e quello del futuro. Tra di noi, razza brutia e pure sibaritide, due e due ha fatto sempre quattro, poteva fare cinque o anche un milione, ma solo quando si trattava del tempo troppo sole troppa acqua, della malattia, della morte e quando avevamo a che fare con qualcuno di quelli che ci aveva lo studio o le terre, o ancora peggio con qualcuno che ci aveva lo studio e le terre.
Chi comandava quelli che comandavano noi erano lontani nel tempo e nello spazio. Le notizie su di  loro e sul loro operato ci arrivavano quando erano già andati in pensione. Le notizie nostre a loro gli arrivavano dalle cartine geografiche e da qualche scrittore temerario, che veniva considerato uno storico.
La radio, le strade, la televisione, le scuole, i giornali, le ferrovie, eccetera eccetera, ce li hanno spediti con lenti treni a vapore, che ad ogni stazione scaricavano un vagone, e quando arrivavano da noi erano quasi come quando erano prima di essere caricati.
Se c’era qualcosa di buono dalle nostre parti, mandavano gli addetti che: guardavano, valutavano ad occhio e croce quanto ne poteva venire di buono alle casse dello Stato, o, magari, qualcosina di poco tanto conto anche per chi si prodigava per lo Stato, ci davano qualche mesata di lavoro, caricavano i vagoni che erano arrivati vuoti e buonanotte ai suonatori e ai suonati.
Intendendo per suonatori quei quattro cafoni che, da analfabeti che conoscevano solo la legge di non avere altra legge che quella del proprio piccolo tornaconto e sbrigativi nei modi risolvevano con una bella schioppettata nella schiena, impararono poi a mettere le mani nella pasta senza sporcarsele. E allora diventarono politici e banchieri, traghettatori di miserie e di vizi, dispensatori di posti di lavoro e di paure.
E se alcuni suonati si lasciarono andare a pensare che è così che gira il mondo e si fecero manovali stipendiati di morte, altri si immolarono - celebrati eroi per una sola giornata- fedeli al rispetto di se stessi e degli altri, molti, purtroppo, insonorizzarono le orecchie, misero il velo davanti agli occhi, sublimizzarono il loro spirito di iniziativa, ringraziarono Dio di non avere né il fisico né i soldi che potessero allettare.
Questo è stato.
Questo è quello che non vogliamo, mai più.

 

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Oriolo della Calabria Citra Inferiore

Prima è stato il castello e poi sono venuti gli uomini.
Col pepe in culo dalla paura di un Pirro * che arrivava da lontano e la raccontava lunga che la vita è uno spazio che non si chiude in un cerchio, perché morto tu, senz’altro ce ne saranno altri che verranno a prenderti il posto e pure il nome, magari con un naso meno storto, magari con una classe elementare più avanti.
Ma loro che avevano vissuto dalla viva voce del maestro * quanta è grande la curiosità di andare a dare un’occhiata nell’al di là, ne apprezzarono pure la precipitosa risalita, perché , come ancora dice compare Antonio lo sfortunato : è meglio vivere da zoppi piuttosto che non sapere scappare con tutte e quattro le zampe, quando qualcuno te la vuole spegnere questa meraviglia che è il sole negli occhi.
E allora abbandonarono la fattoria,
 si portarono appresso gli animali,
fecero tesoro dell’insegnamento di tenersi lontano dai macellai e dai cacciatori, perché se i ciucci (Romani ed Epiroti) si azzuffano, sono sempre i barili che si scassano.
Si addentrarono tra i querceti di Oriolo, che loro avrebbero fondato; barili negli anni a venire :
con le bizze di un ciuccio spagnolo,
di uno francese,
di uno italiano,
di uno calabrese: che, proprio, riusciranno a spiegarsi ancora  meno.
Si fermarono nella calura del piano.
Si fecero inumidire dalle acque torrenziali di due canali incrociati.
E poi, con la fragile sensazione di essere la foglia in balìa di tutti i venti, scoprirono della roccia la solidità e la sua voglia di partorire un figlio che, accarezzato dalle nuvole, toccasse le stelle, allontanasse la morte.
Accordarono le voci,
levigarono la pietra,
inventarono il sogno che io e te, e tutti insieme  siamo quello che un giorno riusciremo a fare.
                                          E quando il ponte levatoio fu sollevato, si contarono con gli occhi, si misurarono i calli, si spaventarono di come le cantine fossero piene di vino che un Principe gli offriva con l’allegria di un uomo ospitale.
E allora levigarono altre pietre, seppero trovare ad una la moglie, ad una il marito, creando vicoli stretti per scambiarsi una voce in caso di bisogno, per
 - non visto - meglio scannare chi si voleva fottere il posto migliore.


Il castello aveva una torre sporgente da ogni punto di vista perché era di allora, e adesso non è tanto cambiato che gli uomini si guardino da altri uomini, ne frughino le tasche, ne leggano la vigliaccheria: che, è, poi, quella che porta la voglia di ammazzare.
Una di queste torri, quella a nord est, se ne andò in un mattino di Giugno dell’anno vattalapesca perché il terremoto che San Francesco di Paola aveva tolto per sempre a questo popolo, a questa terra benedetta, arrivò appena varcata la curva della contrada Scalapitta.
                            Ma, questo poco c’entra perché poi ci furono pure la peste, le cavallette e la ricchezza sempre altrove che se la succhiarono tutta, la stagione della vita nostra.
    San Francesco non c’entra, perché quando ci augurò tutto il bene del mondo non aveva ancora deciso di essere santo.
Alla sua prima passeggiata da queste parti capimmo che era un uomo vecchio con gli occhi tristi e ne avemmo rispetto.
Delle sue parole è un’altra cosa: perché noi ci avevamo una diffidenza che aveva le gambe come un tronco di quercia.

                   Il  castello perse un braccio, ma non si arrese.

E intanto ci furono uomini che la seppero cercare la meraviglia della vita loro, e poi ce ne furono alcuni che la seppero rimproverare agli altri, e tanti furono quelli che se la fecero cacciare, come se fosse tutto nell’ordine delle cose.
Il castello non ha ceduto.
Dall’alto ci ha spiato come la nostra coscienza cattiva; malandrino nei suoi raggiri di secoli, indifferente alla nostra morte nel cuore di calabresi destinati a lasciarlo.

*Nel 280 a.C. Pirro, re dell’Epiro, è chiamato da Taranto per contrastare la forza di Roma e assoggettare Thurii (Nuova Sibari).
La battaglia, che si combatte presso Heraclea (l’attuale Policoro), costringe gli abitanti di Menzinara di Montegiordano (posta sulla direttrice di marcia delle forze romane) ad abbandonare la loro fattoria-lucana e cercare riparo all’interno (l’attuale Oriolo).
*Anche Giorgio Toscano nella sua “Storia di Oriolo” , manoscritto del XVII secolo, dà per certa la permanenza di Pitagora a Menzinara di Montegiordano, e asserisce, con una certa vanità, l’influenza del pensiero del Maestro nella progenie dei futuri fondatori di Oriolo.

 

 

Oriolo Calabro

Dalla collina, la strada
che porta alla ferrovia e al mare
si snoda bianca sotto il sole.
Poche macchine ci passano:
è tutta buchi, si lamentano.

Sotto un tronco d’ulivo,
pochi rumori, una mosca che ronza
e un senso di desolazione
dai campi bruciati.

E’ il momento senza scampo
quando il futuro è silenzio di sconforti
in qualsiasi posto,
e il passato è un mondo sfuggito per sempre
dalle mani
di questo momento.

Fra poco è il tramonto:
dal monte verranno fuori
tante piccole nuvole rosa,
come un momento di dolcezza.

Macchine tornano dal mare.
Sono i professori del paese,
i “don” che giocano a carte la sera con maestria
e con quel tatto da signori
che fa pubblico intorno al tavolino.

Il mare, io lo vedo infinito
e accogliente
come il tuo corpo,
un tuffo di protezione che avvolge
come un velo,
dove ci si dimentica e diventa facile
ridere e scherzare.

 

 

Gli zoccoli degli asini sulla strada:
tornano dai campi.
Non si è guadagnato quasi niente
neanche oggi.
Ma oramai si è già abituati.

Parlano di politica,
così, alla buona:
Andreotti,
la strada che hanno promesso da anni
e il lavoro che non viene.
E la battuta di spirito arriva,
aspettata un po’ da tutti e
i volti bruciati dal sole
si plasmano nel riso.

La sera è lunga a scendere
sulle  case.
Di un colore più intenso
si riveste la campagna…

Le luci nel paese:
come ferite di case le vie strette,
incontrate un giorno
piene di mistero
si allungano alla sguardo inconfondibili
come uno specchio di memoria
dove mi immergo con abbandono…

Giorni di festa: processione e
donne scalze che pregano
con canzoni.
Fiori di ginestra per terra,
uomini con l’abito,
pochi soldi in tasca,
ma bastano
     a far sentire la presenza.

 

 

Grida altissime per il marito
Figlio
cognato
padre
cugino
zio
      che è morto.
Lacerazione immensa,
fredda miseria del mondo
che cade nel corpo.
E tutto porta a nulla:
una nicchia di pianto
che solo un giorno
lontano
si disperde.

Solo qui le civette cantano
tutta notte.
Fanno sussultare.
Ma c’è chi si abitua, pacato:
in fondo è anche questa la sera!
E ne fa una regola di vita,
senza emozioni particolari: pacato.

Luci su un’altura.
Poche case.
Pochissime persone.
Ricordo:
ci vivevano meglio tempo fa.
Ma ora è dappertutto uguale l’uomo:
tante persone che girano per casa
e nessuno parla.
Come bestie
la nostra preda è sempre
altrove…
 
                                                                                     Sesto San Giovanni, 1970

 

Maria

Maria,
la conoscevo bene:
apprendista sarta,
            poi moglie
            poi morta.

Maria, ragazzina bionda,
in una vita cucita stretta.
La tua ultima nevicata:
stalattiti sulle tegole
                                  a penzoloni

La goccia d’acqua scintillante.

Il tuo parto improvviso.
                       Ospedale a 100 chilometri.

Oh, Maria che brutto scherzo,
non ti vedranno i miei figli
che si battono
      per un mondo nuovo.

 

 

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