Pina Basile
( Alessandria del Carretto )
Dedalo, artista di Oriolo e di Crotone
Si narra che Dedalo fosse un artista di Oriolo, e fosse l’uomo più ingegnoso del suo tempo per quanto riguarda l’edilizia, la scultura e la lavorazione della pietra.
Grande il suo talento a rappresentare statue con gli occhi aperti, mani protese e gambe nell’atto di camminare.
Il suo talento artistico era, però, pari alla sua invidia.
Aveva un nipote di nome Talo, che lavorava con lui come apprendista e mostrava una bravura eccezionale. Dedalo cominciò a temere che il suo allievo potesse oscurare la sua fama, perciò, sopraffatto dall’invidia, uccise il ragazzo, buttandolo giù dall’alto del suo castello. Accusato di omicidio, e dichiarato colpevole, fu fatto prigioniero. Riuscì, però, a fuggire e raggiunse l’isola di Creta, ove trovò rifugio presso il re Minosse.
Dedalo, coll’ingegnoso talento, per ringraziare il re dell’ospitalità, escogitò la costruzione del labirinto: innumerevoli corridoi intersecati fra loro, ove chiudere per volontà di Minosse, il Minotauro, un essere ibrido con la testa di toro.
Ultimata la costruzione, il Minotauro ne fu posto al centro; il pasto del mostro consisteva in sette giovinette e sette fanciulli, antico tributo da Atene a Creta ogni nove anni.
Minosse, da quel momento, considerò Dedalo suo architetto e suo prigioniero, e mai gli avrebbe permesso di fuggire per via mare o per via terra. Dedalo pensò tra sé: «Per fuggire, o divinità, non rimane che il cielo. Per quanto potente sia Minosse, non potrà dominare anche l’aria».
Da quel giorno cominciò a collezionare penne d’uccello di diversa grandezza, le congiunse al centro con dei fili resistenti e nella parte inferiore con della cera, in modo che tutto apparisse come un vero e proprio paio d’ali.
Dedalo, negli anni che era stato a Creta, aveva preso moglie ed aveva avuto un figlio, Icaro, che era ormai ragazzino e lo aiutava nella lavorazione delle ali, sia di quelle grandi per il padre sia di quelle piccole per lui. Dopo aver dato gli ultimi ritocchi al loro lavoro, le indossarono e in contemporanea cominciarono a sollevarsi nell’aria, leggere come uccelli.
Dedalo, ammonendo Icaro, così disse: «Nel volo segui sempre me; non volare né troppo basso né troppo alto; prima per non bagnarti nell’acqua del mare: le penne, se bagnate, diventano pesanti e ti trascinerebbero nei flutti. Ma se avvicini le piume ai raggi del sole potrebbero bruciarsi. Segui sempre la mia scia».
All’inizio tutto andò a perfezione, ma, quando furono sull’isola di Samo, il giovane Icaro abbandonò la guida del padre e con spavalderia volò verso il sole. Si avvicinò a tal punto che la cera che teneva unite parte delle piume si sciolse; le ali si staccarono dalle sue spalle e lo sventurato precipitò sulla spiaggia di Samo.
Dedalo che, di tanto in tanto si voltava a guardare suo figlio, ad un tratto non lo vide più. Gridò disperato: «Icaro, Icaro». Guardò verso il basso, vide penne e piume in riva al mare. Atterrò e trovò il corpo senza vite dello sfortunato figlio. Dopo aver seppellito il figlio, volle lasciare per sempre la Grecia e continuando il suo volo atterrò a Crotone, ove regnava il re Basileus, che gli diede asilo.
Le opere edilizie di Dedalo subito destarono ammirazione, infatti, creò un lago artificiale ed una grande fortezza, ove il re custodiva i suoi tesori.
Minosse, intanto, venne a sapere che Dedalo si era rifugiato a Crotone. Armò, quindi, una flotta e con essa salpò da Creta verso Crotone. Qui, sbarcato, inviò dei messaggeri al re Basileus, con l’incarico di ottenere la restituzione di Dedalo. Ma il re di Crotone, indignato dell’invasione e della prepotenza del tiranno, negò la richiesta.
Allora Minosse, stanco per il lungo viaggio, chiese ospitalità con l’intento recondito di portar via il fuggitivo.
Le ancelle cotoniate prepararono al re cretese un bagno caldissimo in un’ampia vasca in cui Minosse scivolò ed in preda ad agitazione e morì.
Il re Basileus consegnò il cadavere di Minosse ai Cretesi, in onore del quale i guerrieri celebrarono un fastoso funerale a Crotone ed eressero un monumentale mausoleo.
Dedalo continuò a scolpire statue con gli occhi aperti e con i volti sorridenti, ma il suo cuore per la morte del figlio era straziato.
Morì di malinconia a Crotone, dove fu anche sepolto.
Lo scoglio di Rocca Imperiale è mitico
Si racconta che un re di nome Acrisio viveva ad Argo, città del Peloponneso. Un giorno si recò a Delfi per interrogare l’oracolo sul futuro di sua figlia Dana.
L’oracolo così profetò. «Tu hai un’unica figlia, presto avrai un nipote e tu morrai ucciso da lui». Il re, rattristato e preoccupato, ritornato nella sua reggia, disse a se stesso. «Voglio sfuggire al mio destino. Rinchiuderò Dana in un sotterraneo della reggia così nessuno potrà mai vederla; solo la mia fedelissima ancella ogni giorno porterà del cibo per non farla morire». E così fece.
Passarono alcuni giorni ed in una splendida notte stellata, Dana osservava immalinconita una luminosissima stella, Zeus la vide e, trasformatosi in pioggia, penetrò nel sotterraneo per consolare la triste fanciulla.
Ma … dopo nove mesi nacque un bellissimo bambino. L’ancella riferì l’accaduto al re Acrisio, che, meravigliato e terrorizzato per la nascita del nipote, ma per non attirarsi la vendetta di Zeus, rinchiuse, con pochi viveri, Dana e suo figlio in una cesta di vimini a forma di cassa, che poi abbandonò in mare.
Per giorni e giorni la cesta vagò in balia delle onde: era l’alba di un giorno di primavera quando si arenò sulla spiaggia di Rocca Imperiale.
Un pescatore di nome Cesinus vide la cesta e con un po’ di apprensione l’aprì: vi trovò una donna abbracciata teneramente al suo bambino, che, con un fil di voce, implorava: aiuto!
Cesinus li accompagnò subito nella sua modesta dimora, ove la moglie li ospitò con gioia.
La notizia fece il giro del paese. Il principe Dileos, che abitava nella sua panoramica rocca, volle conoscere subito Dana, che, rifocillata, era ritornata bella e affascinante come Venere. Si innamorarono entrambi in quello stesso istante e dopo poco si sposarono. Dana, il giovanetto Perseo e il principe Dileos vivevano felici, amati ed ammirati dalla gente del posto.
Un giorno il principe, preso dalla gelosia, volle allontanare Perseo da Rocca e così gli si rivolse: «Perseo, ti consiglio di andare alla ricerca di Medusa, così ti procurerai una gloria imperitura per un’impresa ardua».
Perseo partì alla ricerca di Medusa. Durante il viaggio invocò la protezione degli dei: Atena gli donò uno scudo ben levigato, per vedervi l’immagine riflessa di Medusa che pietrificava di chiunque la guardasse negli occhi, e Mercurio gli donò una spada di diamante per difendersi. Durante il viaggio incontrò delle Ninfe che, provando simpatia per Perseo, gli donarono i calzari alati, l’elmo che lo rendeva invisibile e una bisaccia magica.
Perseo spiccò il volo con i suoi calzari alati, attraversò il cielo e fu verso l’isola delle Gorgoni. Dopo poco dall’alto del cielo vide un mostro riflesso sullo scudo: era Medusa, con il corpo ricoperto di squame e con la capigliatura aggrovigliata da tantissimi serpenti.
Perseo si precipitò su Medusa, sempre guardando nello scudo e con un sol colpo staccò l’orribile testa, gettandola immediatamente nella bisaccia.
Sorvolò terre e mari, fu poi sulla costa alto jonica dove raggiunse la sua rocca, l’attendevano sua madre e il principe Dileos. Questi subito gli chiese la prova dell’uccisione della Medusa.
Perseo tolse dalla bisaccia la testa del mostro, pregando il principe di guardarla riflessa nello scudo. Ma … il principe non ubbidì a Perseo e fu repentinamente trasformato in un grosso macigno, che rotolò dalla collina fino al mare. Morto il patrigno, Perseo consacrò il luogo alla dea Atena e le consegnò come dono la testa di Medusa; proclamò re il pescatore buono, che lo aveva accolto a casa sua e poi si imbarcò con la madre Dana verso la Grecia per riconciliarsi con il nonno re Acrisio.
Ma, giunti ad Argo, non lo trovarono: era andato a Larissa per assistere ai giochi olimpici.
Appena giunto, Perseo decise di partecipare come discobolo. Quando fu il suo turno lanciò il disco, ma questo deviò la propria traiettoria e piombò in mezzo agli spettatori uccidendo un vecchio che, ironia del destino, era proprio re Acrisio, ucciso da Perseo, suo nipote, come voleva la profezia.
Il principe Dileos, trasformato in macigno, è ancora lì, nell’azzurro mare di Rocca Imperiale, accarezzato ora dall’infrangersi delle onde ora sferzato dal gelido maestrale: sembra voler ancora ricordare ai posteri la bella favola antica.
Il mito di Sirena.
Perché la spiaggia di Roseto Capo Spulico ha grossi ciottoli?
A Roseto, prima degli uomini, vissero gli dei.
Il mito vuole che Sirena, fanciulla nata e vissuta nel mare, avesse ricevuto dagli dei un’affascinante bellezza ed una melodiosa voce, che faceva innamorare col suo canto tutti i naviganti, poi li attirava negli abissi marini e li dava in pasto ai pescecani e agli squali.
Sirena, però, non sapeva il perché di tanta ferocia nel suo cuore perché tanto dolore e lutto donasse alle famiglie della gente di mare della fascia jonica.
Un giorno il dio Poseidone, non sopportando più che i suoi naviganti trovassero la morte a causa della sua bellezza e della melodia della sua voce, le ordinò di recarsi immediatamente nell’antro dell’isolotto di Amendolara per farsi liberare dall’oracolo del crudele destino.
Dopo una breve nuotata tra le azzurre onde, Sirenetta fu dall’oracolo, che rimase stupefatto davanti alla sua bellezza pari alla sua malvagità e, con rammarico, le profetizzò la verità: «Divina fanciulla, il mare, donandoti sì tanta bellezza nel corpo e nella voce si dimenticò di darti anche la bellezza dell’anima. Lascia il mare agli dei, diventerai una comune mortale con l’anima, scegli come dimora la bella collina chiamata Albidona, luogo sacro ad Apollo, tanto da donarle ogni giorno albe radiose profumate dalla resina del pino mediterraneo».
A questo responso Sirena rispose: «Il mare è la mia vita, è la mia casa, io non andrò via. Impreco contro tutti gli dei dell’Olimpo».
Subito si riunì il gran consiglio degli dei che decise di darle una severa condanna. Intanto il sole si nascose tra le nuvole dell’estate in arrivo, la natura circostante avvertì la grande mestizia di un cupo tramonto per un triste destino da assegnare. Nel cielo dell’alto Jonio tuonò alta una voce: «Sirena, Sirena, vagherai per le spiagge del mondo, piangerai il tuo destino senza alcuna possibilità di poterlo cambiare, vedrai ogni tua lacrima trasformarsi in ciottoli bianchi e grigi, piccoli e grandi, a seconda della densità del tuo dolore».
La fanciulla, disperata, ritornò all’ombra dell’antica pianta di Carrubo vicino al fiume e cominciò a piangere ininterrottamente. Il fiume Akalandro si confuse alla foce con la spiaggia di Roseto Capo Spulico, diventata improvvisamente stracolma di ciottoli. Sirena versa ancora lacrime amare tanto che i ciottoli alimentati dal suo pianto diventano ogni anno sempre più grandi.
Tantalo, il più potente dei mortali
Tantalo, uno dei figli di Zeus, sovrano della Timpa di Korice, tra Alessandria ed Albidona, viveva ricco e famoso in una splendida reggia.
Era un mortale molto stimato dagli dei dell’Olimpo, tale da essere invitato alla loro mensa per banchettare e per discutere con loro.
Ma … la sua superba natura umana gli fece commettere diversi errori. Tornato da un banchetto divino, svelò ai mortali alcuni segreti degli esseri celesti e, inoltre, sottrasse alla loro mensa il miele e l’ambrosia. Poi installò tra la contrada Propani Mattei e la Valle Basile molte arnie; piantò viti dai pendii dello Sparviere fino alla Timpe di Tagliavano. Quell’anno la produzione di miele e di vino fu eccezionale sia per la quantità sia per la qualità tanto che l’ambrosia superò quella degli dei. Per quest’abbondanza gli dei gli perdonarono le offese ricevute.
Un giorno, Tantalo, per entrare nuovamente nelle grazie degli dei, li invitò sul monte Sparviere per offrire loro miele, vino e carne di cinghiale. Le divinità accettarono volentieri l’invito. Durante il banchetto non bastò il vino e i servi di Tantalo vi aggiunsero l’acqua fresca della montagna; non bastò la carne di cinghiale e i servi fecero uccidere tutti i cani del regno… A questo punto gli dei, fortemente offesi per questo comportamento, punirono Tantalo gettandolo nell’inferno.
Invano Tantalo gridava: «Ma cosa ho fatto?».
Zeus rispose: «Per colpa dei tuoi sudditi sarai sottoposto a tre castighi e piangerai per l’eternità».
Tantalo si trovò al centro di uno stagno con acqua cristallina che gli arrivava sino alla gola: tentò di bere ma in quello stesso istante lo stagno si prosciugò. Pativa anche la fame: dietro di lui crescevano alberi rigogliosi i cui rami si curvavano sul suo capo per il peso dei frutti: ciliegie, pere, fichi, albicocche, melograni, pesche. Ma … appena tendeva la mano un vento impetuoso sollevava i rami.
Quando si rassegnò a sopportare questi due castighi ecco gli arrivò il terzo: sulla sua testa incombevano enormi macigni che minacciavano costantemente di cadere e di schiacciarlo.
Ancora oggi dalla Timpa di Korice gli dei si divertono a far cadere le pietre per spaventare Tantalo e terrorizzare i posteri del terzo millennio.
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